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Figura 1. Convegno Consumo di suolo http://www.ancitoscana.it Scandicci
Consumo del suolo e agricoltura: 
appunti per una nuova prospettiva

Dott. Daniele Vergari 
Accademia dei Georgofili
Associazione Giovan Battista Landeschi

Se per consumo di suolo s’intende il passaggio da coperture agricole e naturali a coperture urbane; una tipologia di transizione che altera tutte le funzioni dello spazio iniziale in modo permanente (Pilieri 2009) bisogna riconoscere che l’agricoltura è veramente messa male.
Stretta fra la costante perdita di terreno fertile nelle aree di pianura sia del nord che del centro dove, ai campi estesi con le vecchie piantate, si sono sostituite brutte aree industriali o artigianali, con capannoni che adesso, in non pochi casi, sono abbandonati, vuoti, o semplicemente ai limiti della legalità per la presenza di laboratori abusivi con operai e operaie sfruttate come all’inizio del XX secolo.
Dall’altra parte un aumento delle aree boscate senza controllo e soprattutto senza senso, percepito però da gran parte della popolazione, come aree naturali di elevata qualità ambientale.
L’agricoltura, schiacciata fra queste due posizioni viene costantemente a perdere, da una parte i terreni migliori – quelli di pianura – fertili e adatti a coltivazioni estensive, e dall’altra quelli collinari forse meno fertili ma destinati a produzioni di qualità. Nelle aree montane poi il problema è ancora più grave. La scarsa agricoltura rimasta, legata alla pastorizia, vede erodere pascoli e prati rendendo così ancora più difficile l presidio del territorio da parte degli agricoltori.
Quando si parla di consumo di suolo chi, meglio degli agricoltori, dovrebbe dire qualcosa? Non è stata forse l’agricoltura ha subire più di tutti l’espansione incontrollata dell’urbanizzazione degli ultimi anni?
Ma con quali conseguenze?
In primis, il delicato reticolo idraulico di molte aree di pianura, costruito con il lavoro di generazioni di agricoltori, è stato interrotto o – in molti casi – completamente sconvolto. Le conseguenze le abbiamo sotto gli occhi di tutti: in certe aree bastano eventi piovosi di media intensità per provocare allagamenti, danni, esondazioni. Fossi e fossetti, che caratterizzavano molte aree di pianura e che permettevano l’emungimento delle acque integrandosi, in modo funzionale, nel paesaggio e nel territorio è stato eliminato e interrotto da strade e infrastrutture, come molte aree industriali, nate più per scopi speculativi che per reali necessità produttive.
Infine la presenza, sempre più diffusa di larghe aree incolte ai margini delle città; aree residuali dell’ampio tessuto agricolo periurbano che di fatto, con l’abbandono, la mancanza di lavorazioni, rappresentano zone quasi impermeabilizzate.
In questo senso la nascita della “Banca della terra” in Toscana per il recupero e la coltivazioni degli incolti produttivi va letta come un’azione virtuosa.

Figura 2. Convegno Consumo di suolo http://www.ancitoscana.it

La “banca della terra”, normata dal Regolamento 60/R del 2014 , è un inventario completo e aggiornato dell’offerta dei terreni e delle aziende agricole di proprietà pubblica e privata che possono essere messi a disposizione di terzi (tramite operazioni di affitto o di concessione). Una banca dati in primo luogo e promossa da Regione Toscana- E' l'esempio di una risposta concreta e finalizzata.
I dati, infatti, confermano una riduzione di SAU in Italia consistente negli ultimi anni. E
mentre larghe parti della penisola vengono abbandonate aumentano le frane, i danni da esondazione (ovvio visto che i terreni di pianura vicino ai fiumi sono stati urbanizzati), è recente la notizia che ormai l’agricoltura italiana non è autosufficiente per le principali produzioni alimentari, principalmente per la carenza del territorio necessario per tali produzioni (vedi http://www.georgofili.info/detail.aspx?id=2226).
Ma il problema raramente osservato, se non da autorevoli fonti scientifiche, è il tema della riduzione della fertilità dei suoli che è in drammatica diminuzione attestandosi a percentuali vicine alla soglia che indica la desertificazione dei suoli (sotto l’1% di sostanza organica).
Sarebbe un peccato non cogliere nella discussione sul consumo del suolo l’occasionestrategica di inserire anche l’agricoltura in una discussione che vede ingegneri, architetti, paesaggisti, discutere di azioni che hanno un forte impatto sulle attività rurali.
Se le politiche pianificatorie e le opportunità di sviluppo rurale devono avere un senso queste devono vedere anche la partecipazione del mondo agricolo, degli agronomi e della comunità degli agricoltori.
Ben venga dunque una legge sul consumo del suolo ma è necessario dare all’agricoltura quel ruolo che ha perduto ma è necessario fare un salto culturale che passi dalla semplice conservazione della risorsa suolo alla gestione di quel patrimonio comune che si può chiamare suolo con la S maiuscola.
Come farlo?
Le possibilità sono tante e tanti gli stimoli che la ricerca ha prodotto in questi anni. Innanzitutto dovremmo cambiare paradigma, visione del mondo rurale e iniziare a premiare i comportamenti virtuosi attraverso la riduzione o l’eliminazione della IMU agricola a chi svolge annualmente operazioni banali – oltre il minimo prescritto dalle norme europee -sui terreni incolti (sovesci o arature per aumentare corpi idrici). Simili politiche potrebbero essere adottate per chi, in collina, dispone le colture per traverso ( lungo le linee di minima pendenza) e non a rittochino ( lungo le linee di massima pendenza) , là dove possibile, e per chi aumenta e conserva la fertilità naturale del terreno. Il costo sarebbe di molto inferiore ai benefici per l’intera collettività. Basterebbe avere il coraggio di fare scelte di lungo periodo.

Invitiamo il mondo agricolo al coraggio per riprendere voce sulle decisioni che riguarda il futuro di questo settore cosi delicato e importante nella vita civile ed economica della nostra Repubblica Italiana.




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Le ragioni storiche del consumo. Analisi dei perché della differenziazione del consumo di suolo in Italia.
Franco Salvatori, Università degli Studi di Roma "Tor Vergata".

Parlare del consumo di suolo è parlare di un fenomeno che ha accompagnato per secoli la storia dell’umanità. Del resto, al di là di qualche mente illuminata in epoche precedenti, solo tra la fine del secolo scorso e quello attuale l’umanità ha preso coscienza dei propri doveri nei confronti dell’ambiente e della sostenibilità. Nelle epoche passate umanizzare lo spazio significava reificarlo: dargli una forma artificiale,  sfruttarne le risorse, organizzarlo in vaste colture.

La "territorializzazione" era anzitutto associata alla costruzione di edifici: strutture e grandi città. I secoli passati, fino a ieri, vedevano nella città grande, popolosissima, ordinata e razionalizzata in base ad una narrazione ideale del progresso, un fondamentale obiettivo e destino dell’umanità. Era un’idea di proiezione verso il futuro sviluppata intorno all’ideale tecnologico, nella convinzione che appunto la tecnologia, il libero mercato, una globalizzazione di produzioni e traffici che non è cosa di oggi, ma risale a molto tempo fa, potessero risolvere i problemi materiali dell’umanità, strappandola a schiavitù millenarie. Era il sogno di regolare definitivamente i rapporti fra le persone e lo spazio naturale secondo una volontà e una progettualità dettate dal "progresso".

Figura 1 : Impianto fotovoltaico in ambiente rurale.

Dato che siamo nel contesto di una grande esposizione universale, viene a mente quel famoso monumento di un’altra esposizione universale, un’opera costruita e un esito anch’essa, in fin dei conti, del consumo di suolo: la Torre Eiffel a Parigi. Quell’esposizione universale era un canto rivolto al progresso di una umanità che per la prima volta dopo secoli, nel pieno della Belle Epoque, sentiva di poter asservire completamente il pianeta alla propria superiorità scientifica e tecnica: una superiorità fondamentale, radicale, ontologica. Attraverso quella superiorità l’Uomo intendeva superare i limiti tradizionali della propria azione e della propria esistenza: la trappola malthusiana, le malattie, le diseguaglianze. Sperava di assoggettare il pianeta con i suoi spazi, per trasformarli, civilizzarli, umanizzarli. E la Torre Eiffel simboleggiava tutto questo, cioè l’eredità spirituale che l’Ottocento voleva lasciare al Novecento. Un’eredità di forza, di slancio verso un secolo che sarebbe dovuto essere radioso e luminoso come non lo era stata alcuna epoca precedente, anche in virtù del definitivo dominio dell’umanità sulla natura. Oggi, più di cent’anni dopo, riflettiamo sulla portata di quell’esperienza e sui suoi limiti fondamentali di visione. Oggi abbiamo capito che se l’umanità potrà continuare a esistere sul nostro grande e generoso, ma fragile pianeta, ciò sarà solo in virtù dell’aver rispettato la sua intrinseca delicatezza; di aver cioè compreso profondamente e raggiunto quella sostenibilità e quell’uguaglianza rispettosa nell’accesso alle risorse che restano presupposti fondamentali di speranza per l'avvenire, a prescindere dalla potenza tecnologica di oggi (assai più grande di quella che avevamo nell’Ottocento).
Il consumo di suolo e le norme che puntano a limitarlo sono appunto i due aspetti, per così dire, di “unità fondamentale” di questa relazione nuova, diversa, fra l’umanità e il pianeta. Unità fondamentale perché espressa a livello puntuale, locale, in un qui molto concreto che è quello della nostra città, della nostra regione, del nostro paese. Consumare il suolo è togliere materia e forza vitale allo spazio che viviamo; materia per la vita nostra e delle future generazioni. Parliamo infatti di Consumo di suolo qui in Italia e di normative per limitarlo qui in Italia; parliamo certamente anche di consumo di suolo e normative per limitarlo in Europa e nel mondo intero. Ma qui oggi è di casa nostra che dobbiamo parlare.
La normativa si pone il problema di intervenire sul consumo di suolo; aprendo ovviamente una questione che è rilevante e problematica, per i diversi meccanismi che implica e per la complessità delle relazioni che richiede di considerare in modo bilanciato.  O’Riordan e Turner avevano decenni fa classificato gli approcci possibili nel progettare visioni e politiche ambientali secondo le famose due categorie di “ecocentrismo” e “tecnocentrismo”, a seconda che l’obiettivo profondo fosse la difesa dell’ambiente o dell’iniziativa umana. Per buona che fosse l’idea, con le sue molteplici interpretazioni successive, in un contesto eminentemente pratico come quello di oggi bisogna andare oltre. Andare oltre significa capire che il legislatore ha per interlocutori attori e stakeholder rappresentanti le diverse componenti di questa complessità. Legiferare oggi sul consumo di suolo significa doversi confrontare con un complesso quadro normativo generale che del problema non teneva conto; e rapportarsi con un territorio che ha avuto una storia estremamente complessa, lungamente stratificato attraverso le epoche. Un territorio, quello italiano di oggi, che significativamente conserva ancora pienamente attivi alcuni suoi caratteri storici anche relativi al consumo di suolo.

Figura 2 L’interfaccia fra mondo urbano e rurale.

L’Italia che è emersa dal processo di unificazione dell’Ottocento, fino ad oggi, ha assistito allo sviluppo di potenti fenomeni di territorializzazione – legati all’industrializzazione, ma non solo. Basta guardare come si è strutturato e aggregato fino ad oggi il territorio della Pianura Padana e di quello che fu il Lombardo-Veneto. Basta osservare come si è evoluto quel caso unico di territorializzazione che è l’area metropolitana di Roma, a partire da una città che da capitale pontificia contava poco più di 200.000 abitanti, i quali non arrivavano a riempire neanche i 19 km di perimetro delle Mura Aureliane; parliamo ancora di un’area di particolare importanza e criticità, come quella intorno al Vesuvio, tale da creare un sistema metropolitano fra i più vasti e complessi d’Europa, concentrato in un contesto ambientale che richiede non solo salvaguardia, ma anche attenzione ai fini della protezione e della tutela dei cittadini. Bastano appena questi esempi a costituire uno scenario di riflessione fondamentale da cui si dovrebbe partire nella discussione proposta in questa sede, sui disegni di una nuova normativa.



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Paolo Pileri, DAStU – Politecnico di Milano

A fronte degli acclarati consumi di suolo che affliggono il Paese (il recente rapporto ISPRA2015 ha confermato un consumo giornaliero di 55 ettari di suoli agricoli) vi è l’esigenza di far emergere in modo chiaro tutte le cause che concorrono a tale problematicissima situazione, oltrepassando la soglia della rappresentazione dei sintomi, pur importante.


Figura 1. In Europa, nonostante la crisi, i consumi di suolo continuano. Il dato più recente (Commissione Europea, 2012) fissa in 252 gli ettari giornalieri cementificati (in Italia la stima è di 55) aggravando così il quadro degli effetti ambientali e sociali connessi a tale dissipazione.

Grazie ad alcune evidenze di ricerca, vi sono oggi dei fattori che più di altri sono riconosciuti come i principali ‘scatenatori’ dei consumi di suolo o che strutturalmente sono alla base di comportamenti che tendono a lasciare lo ‘status quo’ e quindi a frenare i cambiamenti necessari a frenare i consumi e immaginare nuove vie d’uscita per il prossimo progetto di città e territorio.
La prima questione, gigantesca, attiene al riconoscimento del suolo in quanto risorsa ambientale non rinnovabile, scarsa e bene comune e quindi non merce o non solo merce. Riconoscere alle cose il loro status corretto è la prima operazione da fare altrimenti senza una correzione di linguaggi e significati viene meno qualsiasi successiva operazione di accordo e riforma. Oggi in Italia il suolo è una ‘risorsa ignorata’ nel senso che non è giuridicamente definita per ciò che essa veramente è. Il testo unico ambientale (D. Lgs 152/2006) riporta una definizione inadeguata e ambigua che fa confusione tra cosa è suolo e cosa sottosuolo, cosa è suolo e cosa sono le infrastrutture che vi sono sopra oppure (perché la stessa legge contiene ben due definizioni della stessa cosa) non riesca a riconoscere i servizi che il suolo rende all’ambiente e all’uomo, relegando così ancora il suolo tra le ‘cose morte’ e non tra le risorse vive e dinamiche. È invece riconosciuto che è proprio grazie al suolo che la CO2 viene stoccata in gran quantità anziché essere emessa in atmosfera, che si produce cibo, che l’acqua piovana viene assorbita anziché inondarci, e così via. Tutto ciò non appartiene al nostro ‘diritto’ e pertanto non è riconosciuto e quindi è inconsistente. Quindi il primo passaggio è conferire al suolo la dignità di uno status che gli è proprio rinnovando i nostri impianti culturali e gli istituti giuridici e amministrativi che sono connessi alla gestione e alla tutela del suolo.
Il suolo è una risorsa e non una merce, è una risorsa ambientale, è un bene comune, è erogatore di servizi unici grazie ai quali è possibile la nostra vita nelle forme che conosciamo, è non rinnovabile e va tutelato. Sostanzialmente questo è in sintesi quanto è contenuto nella definizione della Strategia Tematica Suolo (oggi decaduta) della Comunità Europea (vd. COM(2006)232).
Figura 2. Una delle concettualizzazioni più importanti di questi anni è la definizione dei servizi ecosistemici del suolo e dei relativi benefici garantiti. Questo ci dà maggior consapevolezza del valore universale della risorsa suolo e quindi ci impone di rinnovare la nostra capacità di proteggerli. Fonte: Haygarth P.M., Ritz K. (2009).

Dopodiché bisogna occuparsi di questioni ‘domestiche’. Poiché in materie come questa non si può prescindere dalla cosiddetta ‘sito-specificità’, dobbiamo anche identificare quelle peculiarità del sistema italiano e del nostro modello amministrativo con cui è governato il territorio che agiscono più da ostacolo che da risolutore per quanto riguarda i consumi di suolo. E qui va subito detto che vi sono un paio di questioni nodali da affrontare. La prima riguarda le competenze. Se il suolo, come detto sopra, è una risorsa ambientale, è anche una risorsa ‘sconfinata’ ovvero una risorsa che non si rifà a predeterminati confini amministrativi o politici. Il suolo risponde solo a confini naturali, come accade per tutte le risorse ambientali. Insomma vi deve essere corrispondenza ‘geografica’ tra le competenze del decisore del suolo e la scala effettiva a cui accadono i fenomeni relativi al suolo. Questo oggi è chiaro e confligge con uno storico sistema di attribuzione delle competenze che oggi non funziona più perché si basa proprio sul fatto che siano i comuni, ovvero le particelle amministrative più piccole del Paese, a decidere di suolo. Se questo può andare bene per una definizione di suolo in quanto merce su cui appoggiare oggetti che fanno prendere valore a quel suolo (rendita) e viceversa, non va bene nel momento in cui mettiamo a fuoco che il suolo è un bene e una risorsa ambientale e pertanto che il suo valore aggiunto non sta nella rendita ma nei servizi ecosistemici che notoriamente non rispondono a confini politici, gli stessi con i quali si decide.

Figura 3. Stima della spesa annua in Italia solo per tenere in efficienza le reti di intercettazione e allontanamento delle acque piovane e mantenere i corpi idrici nelle aree urbanizzate già esistenti. A questa cifra ogni anno va ad aggiungersi una quota dovuta alla nuove urbanizzazione, stimabile in 100-130 milioni di euro. Fonte: Pileri P. (2014) su dati GSW 2013 e ISPRA 2014

La seconda questione attiene la frammentazione amministrativa, che è diretta conseguenza della prima. Sono troppi e troppo scoordinati i soggetti che decidono delle sorti dei suoli (le destinazioni). Questo ha generato un sistema impazzito in cui ognuno fa cose senza rapportarsi con il proprio vicino, generando così una schizofrenia generale che danneggia il nostro paesaggio e il cui unico fine è quello per cui ognuno cerca di massimizzare il proprio guadagno e basta. Ogni comune infatti, grazie ad un uso molto improprio degli oneri di urbanizzazione, decide di far urbanizzare nella speranza di poter incassare denari per poter foraggiare il bilancio finanziario locale. Il ‘raccolto’ che il comune spera di fare sul suolo non è quello di ortaggi o cereali ma quello di denaro. Ovviamente tutto questo può avvenire più facilmente laddove le rendite sono più elevate. Ovviamente tutto ciò sottace i costi pubblici che si genereranno una volta che i ricavi incassati dal comune saranno stati spesi e nel frattempo quelle aree urbanizzate inizieranno a richiedere spese pubbliche che il comune si troverà a dover affrontare. Per farlo dovrà ricorrere a indebitamenti oppure a svendere altri pezzi di territorio. Una specie di spirale da cui non si esce reiterando i medesimi comportamenti che l’urbanistica e le politiche pubbliche hanno più o meno finora proposto, pur con delle varianti. Oggi occorre prendere atto del fatto che si è giunti ad un punto di (quasi) non ritorno e che occorrono quelle riforme che non sono state mai fatte e che, a furia di rimandare, oggi ci sembrano impossibili o, come piace a qualcuno dire, eccessive o radicali. Si tratta di fare in un colpo quel che poteva essere fatto gradualmente. Ma va fatto. E sicuramente procurerà degli scontenti. Ma va anche detto che non è possibile una riforma senza che in essa sia incorporato il valore della rinuncia a qualcosa per se stessi in favore di qualcosa per tutti.


Figura 4. Vista di un margine fra città e campagna. Autore sconosciuto

Di fronte ad un quadro così complesso, radicato nelle procedure e nelle cose che tutti i giorni si fanno e così multilivello, occorre quindi pensare in grande e pensare una grande strategia di tutela del suolo che non può che essere multilivello e pluridisciplinare. Non solo. Il tema della tutela del suolo è così orizzontale che richiede nuovi principi di riferimenti, nuovi modelli di coordinamento tra livelli di governo, nuove visioni che risolvano il problema della frammentazione e scomposizione amministrativa e nuovi strumenti per portare a conoscenza ai livelli decisionali non solo il problema del consumo, ma degli effetti ambientali e sociali del cambiamento di uso del suolo.
Questo è un altro punto nodale di una possibile grande riforma a favore del suolo: la conoscenza. Oggi in Italia la conoscenza su come il suolo viene usato e sugli effetti che questo uso produce sulla vita dei nostri abitanti, degli ecosistemi e dell’economia, è praticamente agli albori. Abbiamo un solo rapporto sull’uso del suolo fatto molto bene da ISPRA ma con grande fatica perché non viene finanziato adeguatamente e perché non riesce ad alimentarsi di una rete di rilevamento del dato sul territorio così come occorrerebbe. Di fatto il monitoraggio oggi è scarsissimo e questo non fa che minimizzare o addirittura rimuovere un problema solo perché non si hanno gli occhiali per vederlo. Sulla conoscenza occorrono investimenti: occorre avere carte di uso del suolo comuni per tutte le regioni (non ci sono!), occorrono standard di realizzazione comuni (non ci sono!), occorrono report e relazioni scandite nel tempo e soprattutto legittimate nel dire ai governi locali come comportarsi. Questo sistema conoscitivo manca e manca anche il componente successivo che è ciò che trasforma la conoscenza in azione. Di ciò non si ha traccia nel nostro Paese. Insomma se ISPRA dice che si consumano 7 m2/sec di suolo agricolo e questo produce certi effetti, manca il dispositivo che traduca queste rivelazioni in strategie e in azioni concrete capaci di non peggiorare la situazione. Senza questo secondo livello è tutto evidentemente inutile e pernicioso.


Figura 5. EXPO2015, nutrire il pianeta. Il 95% del nostro cibo arriva dal suolo. Quello non cementificato o non compromesso dalle artificializzazioni. Il sito di EXPO2015 prima di essere tale era un insieme di superfici agricole. Fonte ISPRA 2015

Vi è poi un altro livello della conoscenza da curare. Ed è quello che ha a che fare con il ‘far conoscere’. Occorre un robusto programma culturale che sia in grado di far conoscere cosa sia il suolo (idem il paesaggio, l’ambiente…) ai cittadini a partire dalla scuola, dagli ordini professionali, dalle scuole di formazione alla politica e al governo della cosa pubblica. Un progetto formativo che sia però ‘mobilitante’ e non solo informativo. Non bisogna più fornire conoscenze che non siano capaci di produrre comportamenti nuovi, altrimenti non produciamo innovazione nelle strutture sociali prima e negli individui poi.

Figura 6. La rendita fondiaria è stata in questi anni una delle cause più acute (e irremovibili) alla base del consumo di suolo. Questo in quanto il suolo viene considerato alla stregua di una merce quando invece è un bene comune e una risorsa ambientale, scarsa e irriproducibile. Deve cambiare la considerazione che società, politica e, quindi, diritto hanno del suolo. La sua tutela parte dalla considerazione corretta che noi diamo al suolo, che non coincide per niente con quella del cosiddetto ‘mercato’.

In conclusione vorrei ricordare che molti Paesi europei ed extraeuropei che hanno indici economici e di welfare migliore dei nostri hanno scelto da tempo di frenare i consumi di suolo come di investire nelle politiche ambientali per frenare queste emorragie e per riabilitare un’idea di suolo che rispetti pienamente il suo status di risorsa e bene comune riconoscendone i benefici che esso genera a partire dalla produzione del 95% del cibo disponibile sulla Terra. Tutti quei paesi hanno continuato a stare bene se non meglio. Voglio quindi dire che non si deve temere il fatto che tirare il freno a mano ad un settore come quello dell’edilizia sia necessariamente un fatto che fa crollare un paese, perché questo non è avvenuto laddove lo si è fatto. È invece accaduto il contrario laddove si è lasciato crescere a dismisura il settore edilizio-immobiliare-finanziario (USA, Spagna). In Italia il futuro del settore edilizio è fatto di recupero e non di nuove inutili costruzioni su ex terreni agricoli.
Concludiamo rimandando a due riferimenti alti. Il primo è il richiamo che la FAO ha voluto fare per riscattare il suolo dall’oblio perenne in cui è. Il 2015 è l’anno internazionale dei suoli che la FAO ha fortemente voluto, perché il suolo entrasse nella nostra agenda per piazzarsi ai primi posti. In questo senso l’occasione di EXPO2015 è un’occasione unica che, come sembra, si sta perdendo se non addirittura usando in modo maldestro ovvero allontanando, per assurdo, i cittadini dall’idea che il cibo, tutto il cibo, arriva dal suolo. Un suolo che va curato, tutelato a partire dalla considerazione che dobbiamo dargli.


Figura 7. Lo scorso 24 maggio 2015, Papa Francesco ha pubblicato l’enciclica ‘Laudato sii’, una grande presa di posizione su temi e argomenti ‘scomodi’ all’attuale concezione della società. Si tratta di un grande riconoscimento del ruolo di ambiente e paesaggio nella vita di tutti noi e, di conseguenza, un chiaro attacco a quelle politiche ed economie che continuano a proporci un modello dissipativo e irrispettoso del valore delle risorse, tra cui il suolo. Un messaggio così chiaro che in un paio di giorni è stato di fatto imbavagliato dal silenzio e dalla non-considerazione.

Il secondo richiamo è ancora più ‘alto’ e si rifà alla recente Enciclica “Laudato Sii” di Papa Francesco uscita proprio in queste settimane (24 maggio 2015) e già, ahimè, messa nel dimenticatoio. In più punti si dice che il suolo è una risorsa, che va tenuta in forte considerazione ad esempio nelle nostre valutazioni ambientali (pt. 35), che non sarà la sola tecnologia a salvarci e neppure quella (pt. 20) ma il cambiamento di sguardo e di comportamento che dobbiamo iniziare a produrre verso le risorse del pianeta. È il nostro impianto di pensiero a dover cambiare e a dismettere i panni di colui che si è comportato come un vero e proprio rapinatore nei confronti della natura, per di più enfatizzando uno stile di vita insostenibile e ad alta conflittualità e disuguaglianza sociale. Anche su questo l’enciclica (pt. 44) che accerta un fatto incontrovertibile come la crescita smisurata e disordinata delle nostre città decretando così il fallimento dell’urbanistica postmoderna, rivelatasi incapace di controllare, contenere e farsi carico della questione ambientale come questione rilevante sulle altre. Un’urbanistica che ha lasciato che si formassero città invivibili è un’urbanistica inutile o corrotta nel pensiero. E meno male che qualcuno, pur indirettamente lo dice. Bisogna ora che gli ascoltatori capiscano e cambino.
Leggiamo questo passaggio, il punto 44.

Oggi riscontriamo, per esempio, la smisurata e disordinata crescita di molte città che sono diventate invivibili dal punto di vista della salute, non solo per l’inquinamento originato dalle emissioni tossiche, ma anche per il caos urbano, i problemi di trasporto e l’inquinamento visivo e acustico. Molte città sono grandi strutture inefficienti che consumano in eccesso acqua ed energia. Ci sono quartieri che, sebbene siano stati costruiti di recente, sono congestionati e disordinati, senza spazi verdi sufficienti. Non si addice ad abitanti di questo pianeta vivere sempre più sommersi da cemento, asfalto, vetro e metalli, privati del contatto fisico con la natura.”

Il finale è sorprendente e categorico, ma anche un sacrosanto rimprovero i pieno stile curiale: “Non si addice!!”. Potrà sembrare stucchevole o improprio, ma vorrei di fatto che ci soffermassimo sul fatto che con questo finale si tenta di sbarazzarsi della cultura delle ‘mezze misure’, quell’ingombrante modo di fare per il quale la mediazione viene prima di tutto e a tutti i costi. Se nel passato sono stati fatti errori, ora con quegli errori non bisogna per forza mediare, ma lasciarli da parte e volgere lo sguardo altrove. Non mi risulta che prima di oggi un Papa si sia scagliato contro il cemento. E ora, di fatto, si scaglia anche contro una certa urbanistica, anche se non la nomina direttamente, e a un certo affarismo che ha trasformato le città in merce e in grandi piattaforme di investimento immobiliare dove anche occasioni come EXPO diventano spesso ‘prodotti’ da vendere e su cui fare business. Anche su questo EXPO e il dopo EXPO di cui, finalmente, si inizia a parlare, dovrebbe dire qualcosa che non sia la solita cosa.

Figura 8. Il suolo viene, a torto, considerato qualcosa di sporco. Molti, anche tra gli urbanistici, i politici e i tecnici, lo considerano niente più che una superficie su cui appoggiare qualcosa possibilmente di redditizio. Il suolo invece è un corpo. Non è una linea come nei disegni dei bambini, ma uno spessore. Non è qualcosa di morto, ma di vivo (il 25-30% della biodiversità del Pianeta sta nei suoli). Ed anche qualcosa che ha tenuto traccia di tutta la nostra evoluzione storica al punto che studiando i suoli, capiamo meglio chi siamo e com’era l’ambiente attorno a noi. Foto: Roberto Comolli.

Bibliografia

- Commissione Europea (2012), Orientamenti in materia di buone pratiche per limitare, mitigare e compensare l’impermeabilizzazione del suolo, SWD(2012)101 final/2, Lussemburgo, Unione europea, 2012http://ec.europa.eu/environment/soil/pdfguidelines/pub/soil_it.pdf
- Haygarth P.M., Ritz K. (2009), The future of soils and land use in the UK: Soil systems for the provision of land-based ecosystem services, “Land Use Policy”, Volume 26, Supplement 1, Elsevier, pp. S187-S197
- Global Soil Week – GSW (2013), The extent of soil sealing http://globalsoilweek.org/category/publications/fact-sheets
- ISPRA - Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (2014), Il consumo di suolo in Italia - Edizione 2014, Rapporto 195/2014, Roma
- ISPRA - Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (2015), Il consumo di suolo in Italia - Edizione 2015, Rapporto 218/2015, Roma
- Pileri P. (2014), Il valore sotto ai piedi, in Altreconomia 167/2014, Altreconomia Edizioni
- Pileri P. (2015), Che cosa c’è sotto. Il suolo, i suoi segreti, le ragioni per difenderlo, Altreconomia Edizioni


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State of Map Europe 2014 Karlsruhe
Alessio Biancalana - Ingenere Informatico - Blogger Civic Hacker
Stefano Sabatini - Open Data Expert -Comunità OpenstreetMap Italia 


Il rilascio dei dati relativi al consumo suolo avviato da Ispra [1] in formato aperto ha di fatto responsabilizzato i cittadini e istituzioni contribuendo a rivedere la percezione del ruolo di fruitore / amministratore dei territori urbani e non . Le istituzioni con una “mission” specifica, nel momento in cui condividono i dati per il riuso, non abbassano il grado di responsabilità (giuridica e amministrativa) sui dati, ma amplificano il potere della delega che viene attribuita ad essi dai vari processi democratici. Cogliendo l’occasione dell’interesse sui dati del consumo di suolo in questa comunicazione vogliamo presentare brevemente gli strumenti del mondo OpenSource, che possono essere di profonda utilità non solo per questo delicato tema, ma per altri dati ambientali o comunque con impatto sociale di natura simile. Noi, nella nostra atipica posizione di "cittadini abilitati" (altresì nota come civic hacker), vediamo in questa disponibilità al riuso l'opportunità di attivare un proficuo scambio di abilità e ci fa piacere scriverlo ospitati dal CNR, in quanto uno dei principali enti di ricerca in Italia.

Cosa intendiamo per scambio di abilità? Noi che abitualmente ci scambiamo righe di codice e dati su piattaforme nativamente aperte abbiamo saltato a piè pari i modelli produttivi dei dati delle Istituzioni: se l'approccio a cascata che caratterizza le amministrazioni definisce dei cicli di aggiornamento e di condivisione (generalmente) lenti, i nostri modelli sono basati su una velocità di pubblicazione che assicura un processo di costante controllo e aggiornamento community based. Consapevoli di non essere gravati dalla responsabilità giuridica dei dati e (in parte) dei prodotti che generiamo, possiamo concentrarci su progetti altamente condivisi e sviluppati coralmente con tante persone: è la forza della condivisione e dell'aggregazione per interessi convergenti.

Un esempio lo vediamo nelle scelte che ci hanno portato ad incardinare le nostre attività su piattaforme di aggregazione e condivisione come OpenStreetMap e GitHub rispettivamente. 
Ora, contestualmente ai dati del consumo suolo, ci concentreremo sulla più grande sorgente di dati liberi geografici disponibile su scala globale: OpenStreetMap (OSM) [2].
Questo strumento nasce per sostenere cartografia libera ed è diventata sempre più la più grande base dati collaborativa disponibile e riutilizzabile. In Italia è rappresentata da un comunità italiana organizzata nella wiki italiana [3] del progetto e molto vicina a Wikimedia Italia (associazione corrisppndente a Wikimedia Foundation - la mamma di Wikipedia - in Italia). Generalmente OpenStreetMap, come altri progetti condivisi ad esempio Wikipedia, viene percepito come comunità, e lo è effettivamente come community digitale, tuttavia qui vogliamo sottoporre una visione diversa proprio per instaurare un nuovo approccio di scambio con fruitori come enti istituzionali e non solo.

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From Wikipedia Beyond Neutrality—Ecology Finds Its Niche. 
Gewin V, PLoS Biology Vol. 4/8/2006, e278
Possiamo immaginare il progetto partecipativo OpenStreetMap come una aggregazione di persone autocreatesi che in base ai vari interessi personali relativi ai dati geografici si sono fusi all'interno di gruppi che noi indichiamo qui come “colonie”.

La metafora sociobiologica che ci sembra più affine è quella delle colonie di coralli che si finalizzano nella costruzione delle barriere coralline, che in questo caso sono rappresentati dal corpus di dati geografici. Ogni elemento è indifeso se solo, quindi si aggregandosi e come se costruissero una “corazza” esterna nella quale possono rifugiarsi; metaforicamente quella corazza sono le abilità e le competenze che progressivamente si acquisiscono frequentando e contribuendo al progetto OpenStreetMap. Ognuno porta con se’ la propria esperienza e la propria motivazione che viene scambiata per aumentare la disponibilità di informazioni, proprio come un ambiente protettivo e comune: OpenStreetMap è a disposizione di tutti ma non appartiene a nessuno in particolare. Presenta molte analogie con la ricerca aperta che va sotto il nome paradigmatico di OpenScience [4] : si è consapevoli che se non verrà usata come fondamento per ulteriori ricerche o verifiche non assumerà mai la dignità di elemento conoscitivo.
Entrando nel merito delle dinamiche delle tante colonie OpenStreetMap, una delle intuizioni più interessanti é stata fornita dalla quella italiana; essa infatti ha generato un servizio che fornisce quotidianamente estratti di dati OSM aggiornati in diversi formati permettendone un riuso contestuale su scale utili come quelle urbane che possono essere connesse con altri sorgenti di informazioni.
I dati di OpenStreetMap come estratti sono disponibili [5] su due livelli significativi: regionali e comunali. 
I dati interni sono organizzati topologicamente secondo il sistema in uso in Openstreetmap, e possiedono grandi capacità di definizione e ridefinizione risultando espandibili donando al sistema una grande portabilità in termini di uso. Maggiori dettagli sono fruibili al sito http://learnosm.org/it/. 

Questo permette un notevole capacità di connessione con qualsiasi strato informativo, di dettaglio ambientale che possa essere in relazione con elementi urbani e non. In questo modo, la colonia costruisce una barriera che offre rifugio conoscitivo che sorpassa la complessità derivante dai linguaggi settoriali senza privare i contesti della loro specificità informativa. Ci spieghiamo meglio: per contribuire a OpenStreetMap si deve arrivare ad una mediazione tra i trattamenti e gli usi di dati che vengono applicati nei singoli settori: un pianificatore avrà un approccio diverso da un archeologo, che a loro volta sarà diverso da un meteorologo che comunque avrà interesse ad accedere a quei dati come il ciclista in bicicletta o chi fa trekking. Ognuno di loro ha necessità di quei dati. Ognuno di loro sa (o potrebbe scoprire) che se contribuirà a segnare anche la piccola modifica, quello sarà utile agli altri come a lui stesso. E chiaramente, ognuno di loro ha un punto di vista diverso su un determinato aspetto di quel luogo che gli consente di osservare da una determinata angolazione il tutto, e se ognuno di questi contribuisce ad una base di dati condivisa, contribuisce a formare una visione d’insieme sempre più convergente al limite ideale di una rappresentazione sempre più completa della realtà. In ogni caso, ognuno trova il modo di capirsi e riunirsi nel riuso dei dati prodotti dalla colonia: è nella ricerca che gli interessi di conoscenza si fondono per raggiungere uno scopo. È nella fusione degli interessi che il linguaggio diventa universale. È la specificità che comunica la chiave della colonia.

Alessio Biancalana e Stefano Sabatini
Keywords Tag: Open Data, Dati liberi, OpenStreetMap, Colonie, scambio di abilità


Riferimenti:
[1] ISPRA Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale
http://www.isprambiente.gov.it/it/pubblicazioni/rapporti/il-consumo-di-suolo-in-italia-edizione-2015
[2] OpenstreetMap www.openstreetmap.org wiki pages https://wiki.openstreetmap.org/wiki/Main_Page
[3] https://wiki.openstreetmap.org/wiki/WikiProject_Italy
[4] Estratti italiani web site: https://github.com/osmItalia/estratti-locali-openstreetmap
[5] Dan Gezelter What, exactly, is Open Science? July 28, 2009 by http://www.openscience.org/blog/?p=269


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Figura 1 . Stima del suolo consumato a livello regionale negli anni ’50 e nel 2013. Fonte: ISPRA.


Michele Munafò - ISPRA
michele.munafo@isprambiente.it

Il continuo e sistematico processo di trasformazione del paesaggio ad opera dell’uomo e la progressiva diffusione insediativa, che disperde sul territorio nuclei abitati, attività produttive e infrastrutture, hanno un profondo impatto sull’equilibrio ambientale a scala locale e globale. In particolare, l’incremento della copertura artificiale a scapito di superficie agricola, naturale o seminaturale, causa una profonda alterazione biofisica del suolo, che nella gran parte dei casi risulta irreversibile. Questo rende critica la condizione di disponibilità di questa risorsa naturale che è, inoltre, sostanzialmente non rinnovabile, a causa dei tempi estremamente lunghi di ripristino e di formazione del suolo. Un altro aspetto da considerare è che il deterioramento del suolo ha ripercussioni dirette sulla qualità delle acque e dell’aria, sulla biodiversità e sui cambiamenti climatici, sulla sicurezza dei prodotti destinati all’alimentazione umana e animale ed incide direttamente sulla salute dei cittadini.

Tuttavia, in Italia si continua a trasformare il suolo, spesso senza preoccupazione per le attività agricole, le aree costiere o le caratteristiche idrogeologiche. Un destino amaro quello del fragile suolo italiano, e non solo, che viene perso a velocità record: 7 metri quadrati al secondo, con danni irreversibili per l’umanità e per l’ambiente. Un processo finora mal regolamentato, che ha comportato risultati devastanti: il 20% delle coste italiane ormai non esiste più, insieme a 34.000 ettari di aree protette, il 9% delle zone a pericolosità idraulica e il 5% delle rive di fiumi e laghi. Le nuove stime dell’ISPRA, ottenute grazie ai dati ottenuti dalla nuova cartografia ad altissima risoluzione, confermano la perdita di suolo, avvenuta prevalentemente in aree agricole (59%), ma anche in aree urbane (22%) e naturali (19%). Le città, inoltre, continuano ad espandersi disordinatamente (sprawl urbano) aumentando gli effetti negativi dell’alterazione biofisica del suolo, con un tessuto urbano a bassa densità che frammenta il paesaggio e gli habitat naturali. A livello europeo, sebbene la protezione ambientale sia senz’altro una delle priorità delle politiche attuate in sede di Unione Europea, per quanto riguarda il suolo non esiste una direttiva.

Nel 2002 la Commissione europea aveva prodotto un primo documento, la Comunicazione dal titolo “Verso una strategia tematica per la protezione del suolo”. Nel settembre 2006 aveva proposto una nuova Direttiva del Parlamento europeo e del Consiglio, che avrebbe trasformato la Strategia tematica in norme vincolanti per gli Stati Membri, ma che è stata ritirata lo scorso anno. La Commissione, tuttavia, dichiarava di voler mantenere il proprio impegno sulla questione, valutando le diverse opzioni possibili e, intanto, delegando al Settimo Programma di Azione Ambientale le sfide da affrontare per il perseguimento degli obiettivi sulla protezione del suolo. L’importanza di una buona gestione del territorio e, in particolare, dei suoli era comunque stata ribadita dalla Commissione Europea nel 2011, con la Tabella di marcia verso un’Europa efficiente nell’impiego delle risorse, nella quale si proponeva il traguardo di un incremento dell’occupazione netta di terreno pari a zero da raggiungere, in Europa, entro il 2050. Obiettivo rafforzato in seguito dal legislatore europeo con l'approvazione del Settimo Programma di Azione Ambientale, denominato “Vivere bene entro i limiti del nostro pianeta”, che riproponeva l’obiettivo precedente, richiedendo inoltre che, entro il 2020, le politiche dell’Unione debbano tenere conto dei loro impatti diretti e indiretti sull’uso del territorio. Da un punto di vista formale è importante sottolineare che il Settimo Programma Ambientale dell’EU, siglato il 20 novembre 2013, ma entrato in vigore nel gennaio 2014, prende la forma di una Decisione del Parlamento europeo e del Consiglio e ha quindi una natura normativa, a differenza della Tabella di marcia del 2011 della Commissione, che si limitava a delineare delle pur importanti priorità politiche. Inoltre, viene esplicitamente dichiarata l’importanza di invertire i processi in corso e raggiungere l’obiettivo di un “land degradation neutral world”, attraverso una migliore gestione del territorio. Si tratta di una consapevolezza che inserisce le politiche europee in una dinamica più ampia a livello globale, anche in vista dell’aumento della popolazione planetaria e dei cambiamenti climatici, fenomeni che inevitabilmente influenzeranno la gestione del territorio e renderanno ancora più preziosa la risorsa suolo negli anni a venire: in Europa come in Italia. In precedenza, la Commissione aveva ritenuto utile anche indicare le priorità di azione e le politiche che potrebbero essere implementate per raggiungere l’obiettivo dell’occupazione netta di terreno pari a zero entro il 2050 e, nel 2012, aveva pubblicato le linee guida per limitare, mitigare e compensare l’impermeabilizzazione del suolo.
Figura 2 . Suolo consumato in percentuale per provincia (2012) . Fonte: ISPRA.

In Italia, ormai da alcuni anni, sono allo studio di governo e commissioni parlamentari proposte di legge che dovrebbero contenere il consumo di suolo. La poca efficacia degli impegni dettati dalla cornice internazionale, globale e europea, non ha certo dato un’adeguata spinta propulsiva agli strumenti nazionali che, peraltro, ne sono l’effettiva realizzazione. Nel nostro Paese, poi, la legislazione vigente relativa alla cosiddetta “difesa del suolo(D.lgs. 152/06) è incentrata sulla protezione del territorio dai fenomeni di dissesto geologico-idraulico più che sulla conservazione della risorsa suolo. Nello stesso tempo, tuttavia, si assiste a una crescente consapevolezza dell’importanza ambientale dei suoli e del territorio, della necessità di contrastarne il progressivo degrado, assicurando il ripristino delle funzioni ecosistemiche che esso garantisce. Le numerose proposte per la gestione sostenibile e la salvaguardia dei suoli italiani predisposte e avanzate negli ultimi anni sono generalmente finalizzate al contenimento del consumo di suolo, tutelando le aree agricole e naturali e incentivando il riuso e la rigenerazione di aree già urbanizzate.

In particolare, la discussione presso le commissioni riunite Agricoltura e Ambiente della Camera del disegno di legge in materia di contenimento del consumo del suolo e riuso del suolo edificato (C. 2039 Governo) è in fase avanzata. Nel ddl sono considerati alcuni degli indirizzi e dei principi espressi in tema di consumo di suolo a livello comunitario. Il testo impone l’adeguamento della pianificazione territoriale, urbanistica e paesaggistica vigente alla regolamentazione proposta. Il ddl consente il consumo di suolo esclusivamente nei casi in cui non esistano alternative consistenti nel riuso delle aree già urbanizzate e nella rigenerazione delle stesse, riconoscendo gli obiettivi indicati dall’Unione europea circa il traguardo del consumo netto di suolo pari a zero da raggiungere entro il 2050. Gli strumenti previsti nell’articolato prevedono l’obbligo di priorità al riuso in ambiente urbano con incentivi per interventi di rigenerazione. La riqualificazione degli insediamenti funzionali all’attività agricola, trova ampio spazio nella legge con una serie di misure elencate sotto il nome di compendi agricoli neorurali periurbani. È promossa inoltre la compensazione ecologica, definita come l’insieme di misure dirette a recuperare, ripristinare o migliorare le funzioni del suolo già impermeabilizzato attraverso la deimpermeabilizzazione e il ripristino delle condizioni di naturalità del suolo.

Un aspetto importante all’interno della legge è legato al monitoraggio del consumo di suolo, al fine della realizzazione di un quadro conoscitivo e valutativo affidabile e facilmente aggiornabile. Il testo attualmente in discussione prevede che il monitoraggio sulla riduzione del consumo di suolo e sull’attuazione della legge venga svolto avvalendosi dell’ISPRA e del Consiglio per la ricerca in agricoltura e per l’analisi dell’economia agraria.


Tra i punti più delicati, oggetto di ampia discussione, vi sono le definizioni di consumo di suolo e di superficie agricola, riportate all’articolo 2 del ddl. Diverse definizioni possono, infatti, cambiare in maniera sostanziale gli indirizzi del testo e l’efficacia della norma, anche ai fini della reale sostenibilità delle attività di monitoraggio. Sono aspetti già evidenziati da ISPRA durante la prima Audizione presso le Commissioni Agricoltura e Ambiente della Camera e, oggi, ancora in fase di rimodulazione attraverso uno specifico emendamento dei relatori presentato il 24 giugno. Tale emendamento prevede di sostituire le precedenti definizioni con le seguenti:

a) «consumo di suolo»: l'incremento annuale netto della superficie agricola, naturale e seminaturale soggetta a interventi di impermeabilizzazione;

b) «superficie agricola, naturale e seminaturale»: i terreni qualificati come agricoli dagli strumenti urbanistici, nonché le altre superfici, non impermeabilizzate alla data di entrata in vigore della presente legge, fatta eccezione per le superfici destinate a servizi pubblici di livello generale e locale previsti dagli strumenti urbanistici vigenti, nonché per i lotti e gli spazi inedificati interclusi già dotati di opere di urbanizzazione primaria e destinati prioritariamente a interventi di riuso e di rigenerazione;

c) «impermeabilizzazione»: il cambiamento della natura o della copertura del suolo mediante interventi di copertura artificiale, scavo e rimozione del suolo non connessi all’attività agricola tali da eliminarne la permeabilità, anche attraverso interventi di compattazione dovuti alla presenza di infrastrutture, manufatti, e depositi permanenti di materiale.

Si ritiene, tuttavia, che le definizioni proposte, sebbene in alcuni casi migliorative rispetto alle precedenti, non siano del tutto corrette dal punto di vista scientifico e coerenti con gli orientamenti comunitari, oltre a risultare poco chiare e di difficile applicazione in alcuni passaggi.

Il consumo di suolo dovrebbe essere, infatti, inteso come un fenomeno associato alla perdita di una risorsa ambientale fondamentale, dovuta alla sua trasformazione con la copertura artificiale di superficie originariamente agricola, naturale o seminaturale. Il concetto di consumo di suolo dovrebbe, quindi, essere definito come una variazione da una copertura non artificiale (suolo non consumato) a una copertura artificiale del suolo (suolo consumato). L’impermeabilizzazione del suolo costituisce la forma più evidente di copertura artificiale, ma non l’unica, e rappresenta la copertura permanente di parte del terreno e del relativo suolo con materiale artificiale non permeabile. Le altre forme di copertura artificiale del suolo vanno dalla perdita totale della “risorsa suolo” attraverso l’asportazione per escavazione (comprese le attività estrattive a cielo aperto), alla perdita parziale, più o meno rimediabile, della funzionalità della risorsa a causa di fenomeni come la compattazione dovuta alla presenza di impianti industriali, infrastrutture, fabbricati, depositi permanenti di materiale o passaggio di mezzi di trasporto.

La definizione di superficie agricola, naturale e seminaturale dovrebbe, per le stesse ragioni, essere definita in maniera indipendente dai terreni qualificati come agricoli dagli strumenti urbanistici, ma dovrebbe riguardare tutte le superfici, anche in area urbanizzata, allo stato di fatto non impermeabilizzate, dove lo strato superficiale del suolo non sia stato scavato, contaminato o rimosso.


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